La sfida ai fornelli di Birra Moretti
Lo scorso 14 novembre a Roma, nella Città del Gusto del Gambero Rosso, si è svolta la finale della prima edizione del Premio Birra Moretti Grand Cru.
Un concorso partito prima dell’estate, elaborato in “complicità” con Identità Golose, diviso in due manche, la prima di cucina tradizionale e la seconda di cucina creativa, e interamente dedicato agli chef under 35, chiamati a cimentarsi con la cucina alla birra.
Prima in una ricetta della tradizione, ma rielaborata appunto con la birra, e poi dando sfogo alla propria creatività. Sono partiti in 135, ma a Roma sono arrivati solo in dieci. Una selezione bella tosta, non c’è dubbio, ma una partecipazione superiore alle attese: un po’ per la novità della cosa e un po’ per le difficoltà che il concorso aveva in sé. Quello della cucina alla birra è in effetti un campo aperto, almeno in Italia, tutto da esplorare. Ergo, come tutte le fasi pionieristiche ammette degli errori, dei tentativi, qualche insuccesso. Ma il valore primario del concorso, a mio avviso e a prescindere da vinti e vincitori che potete leggere con calma da altre parti del network “ILoveBeer.it”, è stato quello di fungere da stimolo alla ricerca, da “pungolo” per l’esplorazione di nuove strade dove la birra non serva solo all’ideazione di nuovi abbinamenti, che è già di per sé una cosa interessante, ma appaia proprio tra gli ingredienti della ricetta.
A Roma, la giuria che doveva decidere sui piatti era composta dal “dream team” dei fornelli italiani. Non li citerò tutti ma credo bastino i nomi di Bottura, Cracco, Berton, Sadler, Oldani ed Esposito per rendere l’idea. E’ un po’ come se un giocatore della Primavera si trovasse di fronte a esaminarlo Messi e Ronaldo, come se un attore esordiente fosse provinato da Harrison Ford e Brad Pitt.
Non facendo parte della giuria, io ho potuto evitare di concentrarmi troppo sui piatti per dedicarmi invece ai volti e agli sguardi dei dieci concorrenti. Nell’aria si percepiva un mix di tensione e di emozione, da un lato la comprensione di essere parte, anche momentaneamente, dello star system della cucina tricolore, dall’altro il desiderio di fare bella figura perché, dichiarazioni “per me è un gioco” a parte, i concorsi si fanno solo per essere notati, per ricevere una gratificazione, per “fare carriera”.
Insomma, non si trattava per niente di un gioco e qualche sguardo umido dei vincitori era il segno della concentrazione appena sciolta e dell’importanza che il Premio Birra Moretti Grand Cru rivestiva per i partecipanti. Oggettivamente credo che manifestazioni del genere facciano bene all’intero comparto e non solo a chi, organizzando e accollandosi tutte le fatiche e tutti i rischi, ci mette il nome. E’ un po’ come seminare un terreno. Non tutti i semi germogliano e a volte quelli che germogliano non portano frutti. Tuttavia c’è la sicurezza che qualcosa di nuovo e di bello sta succedendo.
Ed è per questo che sono convinto che alla prima edizione del Premio seguirà una seconda. Perché a Roma lo scorso 14 novembre, si è solo conclusa la prima operazione di semina…


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