Così parlò Assobirra…
Per chi, come il sottoscritto, ha la presunzione di essere definito un “giornalista birrario” la pubblicazione dell’Annual Report di Assobirra, ovvero l’Associazione degli industriali italiani della birra e del malto ergo la più rappresentativa organizzazione di settore, assume i contorni “dell’epifania”, in senso greco di “apparizione”.
Si potrebbe osservare che mi accontento di poco, ma il report è davvero il compendio di tutti i numeri che contano per chi lavora nell’ambiente. Numeri che vanno dai consumi pro capite alla produzione complessiva in ettolitri, passando per le esportazioni e le importazioni, e finendo per indagare sulle abitudini di consumo degli italiani in generale. Insomma, un piatto ricco sul quale lavorare a lungo, un riferimento baluardo da tenere in considerazione soprattutto quando, e la tentazione per un giornalista è sempre forte, ci si avventura in elucubrazioni e opinioni personali.
Facciamo un esempio: è sotto gli occhi di molti come l’Italia stia attraversando un momento favorevole per la birra, mai come nell’ultimo periodo sotto i riflettori della stampa, capace di affascinare il mondo della ristorazione e della sommellerie, tradizionalmente chiusi a ostrica verso tutto quello che non è vino. Obiettivamente di birra se ne parla di più, insomma, eppure basta dare un’occhiata alla tabella dei consumi pro capite per capire che lanciarsi in voli pindarici e abbandonare un sano realismo potrebbe essere pericoloso. Ogni italiano infatti, nel 2010, ha bevuto 28,6 litri di birra. Nel 2000 ne aveva bevuti 28,1 e nel 2007 aveva messo a segno il suo record: 31,1. Sostanzialmente, litro più litro meno, uno stato di calma piatta. Che, tra l’altro conferma la nostra posizione di fanalino di coda nella classifica dei consumi europei: “battuti” anche da Nazioni paragonabili alla nostra per stile e abitudini di vita come la Francia (30,5 litri pro capite nel 2010) e la Spagna (77,1 litri).
Certo, in Italia il settore birra paga un peso delle accise poco comprensibile paragonato al “livello zero” del vino, ma anche una politica di ricarichi che fa lievitare il prezzo della birra al pubblico, a mio parere, ingiustificata. Se il primo problema va affrontato in sede di lobbying, che non è un reato se fatta alla luce del sole come in tutte le più moderne democrazie, il secondo meriterebbe una seduta di autoanalisi da parte di tutti gli operatori della filiera. Questo perché evitare di esagerare sulla “cresta” potrebbe essere una buona strada per far ripartire i consumi: insomma, ridurre il margine sull’unità potrebbe far aumentare il margine complessivo sulle quantità.
Un’altra strada da percorrere, sempre a mio avviso, è quella della destagionalizzazione. Parolona che tuttavia fotografa uno stato delle vendite in Italia che troppo dipendono dall’andamento della “bella stagione” (l’anno scorso quasi il 50% delle vendite è stato fatto tra maggio e agosto). Tanto per fare un esempio concreto, il 2003, anno che ebbe un’estate davvero torrida, segnò per la prima volta il superamento della fantomatica “quota 30″ (litri pro capite s’intende). Se a giugno piove insomma, le vendite scendono, se invece siamo sotto il solleone ecco che decollano… Perché? La birra è buona tutto l’anno e negli altri Paesi, sì Spagna inclusa, la si beve 365 giorni l’anno. A prescindere dalle temperature esterne.
Il problema allora è che ancora troppi italiani considerano la birra come una bevanda moderatamente alcolica e dissetante, e basta. Un luogo comune giustamente attaccato nell’ultimo periodo ma, dati Assobirra alla mano, molto più resistente di quanto potrebbe sembrare. Problema delle accise, ricarichi e destagionalizzazione sono dunque i tre principali “campi di battaglia” sui quali si deciderà il futuro della birra nel nostro Paese.
A patto, naturalmente, di non volersi accontentare del “litro in più” o di sperare nel “O sole mio”…


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